Tatiana

L’infermiere e il miglioramento della qualità della vita del paziente

By: | Tags: | Comments: 0 | Giugno 19th, 2021

L’ideatrice del modello messo a punto negli Stati Uniti ospite alla XIV Giornata Scientifica
Nell’intenso programma della Giornata scientifica in programma il 24 giugno, ‘Attività Integrate Ricerca e Innovazione: il ruolo delle reti’, appuntamento, nato ormai quasi dieci anni fa da un’idea di Antonio Maconi, direttore del Dipartimento Attività Integrate Ricerca e Innovazione, uno spazio è riservato al self-care, inteso «come processo di autocura nell’ambito del paziente e dei familiari» spiega Tatiana Bolgeo che dal 2018 coordina l’Unità di ricerca delle professioni sanitarie (Urps). L’obiettivo dell’Urps è attivare competenze specifiche in ambito metodologico e creare «un luogo di riferimento per le problematiche, le criticità e anche i successi, strettamente integrati e correlati all’organizzazione infermieristica stessa, fulcro e centro dell’azione dei professionisti sanitari». Quella di Alessandria è una delle cinque Unità di ricerca per le professioni sanitarie in Italia, impegnata «a sviluppare conoscenze specifiche per migliorare l’assistenza al paziente e il rapporto con i suoi familiari, con una ricaduta positiva in termini di cura sull’intera comunità» come sottolinea ancora Bolgeo (un dottorato di ricerca in scienze infermieristiche e sanità pubblica e una esperienza professionale tutta interna all’ospedale del capoluogo, dalla geriatria dove ha iniziato a lavorare, alla chirurgia e infine alla neurologia).
Il tema sarà al centro di due interventi: “Linee di ricerca italiane sul self-care” di Ercole Vellone dell’Università di Roma “Tor Vergata”; “The middle theory of self-care in chronic illness: news and updates” di Barbara Riegel dell’Università della Pennsylvania. «I due contributi – spiega Tatiana Bolgeo – approfondiranno e analizzeranno il processo che ha come unico obiettivo il miglioramento della qualità della vita del paziente. Un processo in cui svolge un ruolo decisivo anche il caregiver, colui che si prende maggiormente cura della persona malata in modo informale». Il modello è stato messo a punto negli Stati Uniti d’America proprio con Barbara Riegel e poi è stato progressivamente esportato nel mondo. Negli anni duemila è stato formalizzato il ruolo dei professionisti della salute nel processo di self-care, con le attività che sono state estese alla sfera psicologica, sociale e spirituale. «Il self-care – precisa ancora Tatiana Bolgeo – comprende tre dimensioni: maintenance, management, confidence. La prima riguarda i comportamenti volti a migliorare il benessere e mantenere la salute (praticare attività fisica, aderenza alla terapia), la seconda si concentra sui comportamenti di sorveglianza di segni e sintomi della malattia (per esempio: monitoraggio della pressione arteriosa, della glicemia, controllo della cute peristomale); infine la terza è relativa ai comportamenti di gestione di segni e sintomi della malattia». In tutto questo il ruolo primario è dell’infermiere, oltre ovviamente al medico, perché è l’interfaccia sia del paziente, sia dei familiari.

Cosa significa, in concreto, il self-care nelle malattie croniche? «Siamo di fronte a un percorso in cui sono seguiti, in parallelo, il paziente e il familiare che lo seguirà. Nello specifico, dopo un incontro con il medico, naturalmente, il caregiver viene preso in carico dall’infermiere. Nel corso di una serie di colloqui viene spiegato il percorso clinico e di cura del paziente e cosa deve essere fatto una volta che sarà dimesso. Il rapporto non si esaurisce, infatti, all’atto dell’uscita dall’ospedale, ma prosegue per tre, sei anche nove mesi, in base al tipo di cronicità. L’infermiere instaura un rapporto scandito da incontri, telefonate, massima disponibilità nel dare sempre una risposta. L’iniziativa è purtroppo stata rallentata dallo scoppio della pandemia, ma gli incontri si sono comunque svolti online. Anche la telemedicina ci sta aiutando, è un metodo di coinvolgimento che sta dando importanti risultati. Fra i progetti avviati, ricordo quello di Cardiologia intitolato “Hearts-in-dyads: valutazione del Self Care nella diade dei pazienti affetti da coronaropatia ischemica” che è stato premiato, nell’ambito della ricerca infermieristica, con il riconoscimento dedicato a Maria Rosa Monaco e cofinanziato da Solidal per la Ricerca».
L’Urps fa capo al Dipartimento attività integrate ricerca e innovazione (Dairi), diretto da Antonio Maconi. La giornata che si svolge il 24 giugno, dalle 14.30, in versione completamente virtuale, evidenzia alcuni aspetti di eccellenza che il Dairi sta realizzando ai fini del percorso Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico), sottolineando le collaborazioni con l’Asl Al e il Disit (Dipartimento di scienze e innovazione tecnologica) dell’Università del Piemonte Orientale, partner storico dell’azienda ospedaliera, che vede progettualità che i ricercatori dell’Ateneo e dell’ospedale stanno realizzando insieme da anni.

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